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Fondazione Marco Besso

Palazzo Besso

LA FONDAZIONE 

 

Palazzo Besso sorge in una zona di particolare rilievo storico e monumentale della città, dove la vita si è svolta senza interruzione dall’età romana sino ai nostri giorni. Nel Medioevo varie chiese sorsero in quest’area, valorizzata nei secoli successivi dal fatto di trovarsi lungo la cosiddetta via Papalis, percorso che il papa compiva in occasione della presa di possesso della sua sede vescovile in Laterano.

Abbiamo notizie della presenza nel sito delle case dei Rustici sin dal secolo XV. Il Palazzo Besso si presenta oggi con un prospetto unitario ed organico in stile Umbertino, ma è soltanto l’ultimo aspetto di una serie di trasformazioni edilizie. In realtà la struttura del palazzo deriva infatti dall’accorpamento di più corpi di fabbrica sviluppatosi nel tempo intorno a quattro cortili. Alla fine del Cinquecento ai Rustici subentrarono come proprietari del palazzo i Vestri.

Il palazzo fu poi acquistato dal cardinale Paravicini. Nel 1620 è stato di proprietà dei Gallo, subito dopo degli Olgiati che lo affittarono nel 1636 agli Strozzi che poi lo comprarono nel 1649. Gli Strozzi, principi fiorentini, scelsero il palazzo come sede romana per la prestigiosa posizione strategica e vi rimasero fino alla fine dell’Ottocento.

I nuovi proprietari del palazzo, il Municipio di Roma nel 1882, e successivamente la Banca Tiberina nel 1884, lo trasformarono con importanti lavori di demolizione e ricostruzione che terminarono nel 1886. Le due fotografie di fine Ottocento, scattate proprio nel momento degli interventi di demolizione, documentano la prima, all’interno del cortile principale, la presenza di un loggiato a due ordini sovrapposti con arcate intervallate da colonne ioniche al piano inferiore e colonne composite al piano superiore ed una monumentale fontana in stile tardo-manierista, e  la seconda, la porzione del palazzo tagliata per la realizzazione di Corso Vittorio Emanuele.

Nel 1900 il Palazzo infine passò in proprietà alla Banca d’Italia.

Marco Besso nel 1905 acquistò l’intero immobile ed al primo piano, dove restano le vestigia storiche più significative creò la sua biblioteca e vi abitò con la famiglia. Nel 1918 poi per suo volere la sua casa divenne la sede delle Fondazioni Marco ed Ernesta Besso.

Il palazzo oggi, con la nuova ridefinizione delle facciate di fine Ottocento, conserva comunque una nobiltà di linee e di decorazioni negli ornati dei portali, delle finestre e dei cornicioni, tale da costituire un’elegante quinta architettonica rispetto ai resti archeologici dell’Area Sacra di Largo Torre Argentina, riportati successivamente alla luce negli anni Venti del Novecento. Le facciate del palazzo trovano unità nella semplicità dei materiali tipici della tradizione romana, il travertino, l’intonaco e lo stucco, mentre la gerarchizzazione delle finestre tra il primo piano nobile ed i tre superiori contribuisce a conferirle una certa monumentale severità, che risulta però alleggerita dalle aperture delle antiche botteghe al piano terra, e dal cornicione superiore fortemente aggettante. Nel cortile principale si può ammirare il ballatoio, chiuso a vetrate e con ricche modanature e fregi, elegante esempio delle tecniche costruttive in metallo di fine Ottocento; anche l’androne di ingresso denuncia chiaramente il gusto eclettico del periodo: i soffitti in stucco con motivi geometrici e floreali e i grandi lampadari in ferro e vetro. Tutto l’insieme prelude al suggestivo effetto scenografico del corpo scala con la doppia rampa in marmo di Carrara, l’originale soluzione di due colonne binate centrali e il monumentale lucernario di copertura.

Il piano nobile, sede delle due Fondazioni, è caratterizzato da un susseguirsi di ambienti estremamente raffinati per finiture e decorazioni. Ai soffitti lignei, a cassettoni o a volte, affrescati in epoche diverse, fanno da contrappunto pavimentazioni in marmo di vario genere secondo tessiture regolari o a figure geometriche, parquet di pregiate essenze, infissi in noce, fregi e superfici in stucco ed arredi d’epoca.

Di grande effetto è il soffitto ligneo a cassettoni con ricche cornici, fregi in oro e fondi colorati, della Sala Conferenze, già Sala da pranzo di Marco Besso, proveniente dal demolito palazzo Torlonia a piazza Venezia, diviso in dodici campi, a loro volta decorati con disegni floreali e riquadri centrali con motivi araldici, rosette d’oro e fenici, emblemi di casa Torlonia, e sirene a due code, simboli di casa Colonna. Assai pregevoli e provenienti sempre da palazzo Torlonia sono i tre portali di marmo antico, finemente decorati, e l’elegante boiserie con sfingi dorate e colonnine antropomorfe. I dipinti lungo le pareti della Sala ritraggono membri della famiglia Besso, una sorta di albero genealogico: lo zio Marco (1775-1856), con il costume orientale, Salvatore (1804-1878), padre del nostro Marco, Marco, il fondatore, (1843-1920) dipinto da Ettore Tito, Ernesta Besso Pesaro Maurogonato (1854-1914), i due figli di Marco, morti da piccoli, Salvatore ed Iso (1877-1882; 1880-1882), Salvatore Besso (1884-1912), Natalia Maroni Lumbroso (1875-1947) con le figlie Ortensia e Matizia, opera del pittore messicano Zarraga, Matizia Maroni Lumbroso (1898-1977) dipinto eseguito da Amalia Besso Goldmann, Giacomo Lumbroso (1912-1987) e infine, Gloria Lumbroso Sonaglia (1919-2014), opera della pittrice americana Costanza Mennyey.

Accanto alla Sala delle Conferenze vi è il gradevole ambiente del Fumoir con un particolare parquet composto da minuti listelli  di legno, boiserie bassa lungo tutte le pareti e  soffitto in stile liberty; all’interno si possono ammirare anche due ritratti di Salvatore Besso, uno di Amalia Goldmann Besso, la zia pittrice spesso sua compagna di viaggio, l’altro, a figura intera, del pittore purista Lemmo Rossi Scotti.

Comunicante con quasi tutti gli ambienti principali è la sala della Biblioteca; Marco Besso scrisse: “ possedere una biblioteca vera e propria, mia, in casa mia, ecco il sogno di tutta la mia vita, che poi si è realizzato assai lentamente e a tappe, con successive trasformazioni”; e così fu ideata la Biblioteca. Gli arredi lignei, eseguiti nel 1907 da Fernando Loreti, ebanista e intagliatore della Casa Reale Savoia, insieme al soffitto a cassettoni a disegni ottagonali e alla pavimentazione, anch’essi lignei, creano un ambiente di grande suggestione sia per l’atmosfera determinata  dall’unicità e dal pregio del materiale utilizzato, il legno del pino cembro, che per le soluzioni progettuali adottate nella concezione della sala: l’alternanza delle scaffalature che sfruttano tutta l’altezza dell’ambiente, con le finestre, il ballatoio, dotato di una preziosa balaustra in metallo, che permette di raggiungere le zone alte degli scaffali, la scala di collegamento tra i due livelli ricavata nello spessore della muratura, le griglie di aerazione a pavimento in ottone traforato innestate su un parquet semplice ma di ottima essenza ed infine il mobilio, coordinato all’arredo fisso, dal grande tavolo centrale, alle nicchie sottofinestra, fino ai tavolini di appoggio sul ballatoio. Al centro vi è poi l’edicola che espone i libri scritti ed editi da Marco Besso nelle loro prime e pregiate edizioni. La Sala della Biblioteca ospita la ricchissima e preziosa collezione libraria di Marco Besso dedicata in gran parte alle opere di Dante Alighieri. Infatti, il ricordo e l’immagine di Dante Alighieri dominano nella Sala, non solo nella riproduzione miniata in bronzo e alabastro del monumento a lui dedicato a Trento, opera di Cesare Zocchi, o in uno dei tre tondi decorativi in bronzo del ballatoio insieme a quelli di Marco ed Ernesta, ma anche nelle effigi in oro sugli schienali delle imponenti poltrone in legno e pelle, nell’elegante busto in marmo ed infine, nella copia dell’ampolla contenente l’olio della lampada votiva che illumina la tomba di Dante a Ravenna, opera di Giovanni Mayer. L’ampolla, un vero gioiello, è sorretta da figure femminili, allegorie delle città di Trieste e Gorizia e delle regioni dell’Istria e della Dalmazia. Inoltre sono presenti molte testimonianze che documentano la vita di Marco Besso, come la dichiarazione di benemerenza per il suo valore dimostrato per la liberazione di Roma (1849-1870), o le foto tra cui, quella della sua visita al cantiere del nuovo Palazzo delle Assicurazioni Generali a piazza Venezia del 1903 e quella della famosa serata musicale dantesca svoltasi proprio nell’attuale Sala Conferenze nel 1912. Da notare infine, la giusta e funzionale scelta della localizzazione della Sala della Biblioteca nel palazzo: il luogo non è raggiunto da luce diretta per una migliore conservazione dei libri, ma nello stesso tempo, ha una giusta aerazione grazie al ballatoio superiore e al riscaldamento a pavimento.

Non di grandi dimensioni, ma preziosissima, è la “Sala dei Lumaconi” come viene nominata nelle carte dell’Archivio Strozzi, poi Salotto Cinese per i pannelli dipinti su grandi telai che rivestono quasi completamente le pareti, di ispirazione orientale con fiori e animali, soprattutto uccelli su fondo d’oro. Da ammirare sono anche il soffitto ligneo a cassettoni dipinto con motivi marini, quali conchiglie e coralli dalle infinite forme, colori intensi e assemblaggi svariati, ed ispirato alla famosa collezione di Naturalia di Leone Strozzi, e il fregio su tela, con paesaggi marini e scene di manovre navali al centro, e agli angoli, coppie di tritoni e nereidi con putti. Il fregio, come il soffitto, dovrebbe risalire alla fine del 1600 ed è attribuito a Giacinto Calandrucci e alla sua scuola, anche se è stato certamente restaurato nell’Ottocento, quando fu riadattato alle nuove dimensioni della stanza. Nel paesaggio seicentesco vi sono spesso le rappresentazioni di porti, vedute marine con atmosfere o scene di naufragio, in cui sono inserite architetture in bilico tra vedute reali e di fantasia. In questo caso la presenza dello stemma Strozzi su uno degli edifici, potrebbe essere un omaggio alla famiglia committente. Nella sala  vi sono infine preziosissimi  arredi in legno intagliato di manifattura thailandese, doni della famiglia reale del Siam a Salvatore Besso, figlio di Marco Besso che aveva assistito a Bangkok nel 1911 all’incoronazione di Maha Vajiravudh, Rama VI, come corrispondente del giornale romano “La Tribuna”.

L’odierna Sala del Consiglio, collocata di fronte alla chiesa delle Santissime Stimmate, nota anche come Salone Rosso, dal colore delle stoffe alle pareti dei primi anni del Novecento, e ancor prima, al tempo del cardinale Paravicini, come Galleria Nuova, è famosa non solo per il monumentale soffitto ligneo a cassettoni dipinto con motivi floreali e con al centro lo stemma seicentesco Strozzi-Majorca, ma soprattutto per gli affreschi di Tarquinio Ligustri, venuti alla luce nel 1985 durante i lavori di restauro sotto il danneggiato fregio a tempera di Giacinto Calandrucci. Del fregio barocco, fotografato prima della rimozione rimangono a memoria solo due testine di putti e parte di una decorazione di conchiglie. Oggi quindi si possono ammirare lungo le quattro pareti della Sala del Consiglio gli affreschi del Ligustri: intelaiature architettoniche con balaustrate e telamoni alternati a quadri in cui sono inseriti paesaggi con scene di monaci, nicchie con i simboli delle virtù cardinali e teologali ed infine, animali e uccelli, dipinti a secco, sui palchetti o svolazzanti nei cieli. Sopra allo splendido camino al centro della stanza, il busto di marmo antico su basamento di una nobile donna romana del II secolo d.C.. Il busto, ritrovato negli scavi condotti a piazza Venezia nel 1902 per la realizzazione del Vittoriano, fu donato dalle Assicurazioni Generali a Marco Besso per il raggiungimento della carica di presidente della Società.

Accanto e comunicante con la Sala del Consiglio vi è la Sala del Catalogo Staderini. Questo catalogo manoscritto, inserito in un’elegante e preesistente boiserie di legno con pregevoli angoliere, è molto importante, in quanto sempre aggiornato fin dalla istituzione della Biblioteca e può quindi essere definito la vera memoria storica della consistenza dei libri presenti.

Si affaccia sul lato di largo Torre Argentina l’odierna Sala Lettura della Biblioteca, antico salotto di Marco Besso. La dosatura dell’illuminazione, orientata verso l’alto, valorizza la decorazione pittorica del soffitto caratterizzata da un particolare cornice floreale di stile liberty e una grande tela centrale, firmata da Lemmo Rossi Scotti, un’allegoria raffinata della Sapienza, raggiunta con lo studio e l’esercizio delle virtù.

L’Ingresso all’attuale Sala Lettura presenta nelle nicchie sopra le porte i busti di Giulio Cesare e di due imperatori romani, Adriano e Marco Aurelio. Da notare inoltre, il monumentale busto su colonna marmorea di Marco Besso, opera dello scultore Enrico Chiaradia, e la bella portafinestra sul balcone che affaccia sulla piazza di Largo Argentina, con vetrate dipinte e profilate, riconducibili alla bottega d’arte romana Giuliani.

Nell’altro Ingresso della Fondazione, nelle nicchie sopra le porte,  vi sono i busti di quattro famosi personaggi del Rinascimento: Cristoforo Colombo, Leonardo da Vinci, Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti. Interessante e particolarissima è poi la coppia di sculture raffiguranti una cicogna sul dorso di una tartaruga, simbolo orientale di longevità, molto probabilmente acquistata in occasione dell’Esposizione Internazionale di Roma del 1911 presso il Padiglione Giapponese.

La Sala Didattica, un tempo appartamento privato di Salvatore Besso, nell’ala del palazzo di pertinenza della Fondazione Ernesta Besso, presenta nella volta una decorazione allegorica dei primi anni del Novecento con sei lunette laterali e due ovati centrali. Il tema decorativo è legato all’esaltazione delle arti, con le scienze e la geografia rappresentate nelle lunette, e la letteratura, la storia e la musica, nei due ovati centrali. Qui è conservato il busto di marmo di Ernesta Pesaro Maurogonato Besso.

 

In conclusione, la presenza all’interno di questi prestigiosi ambienti di attività quali quelle delle Fondazioni Marco ed Ernesta Besso, garantisce un’attenta e rispettosa conservazione di un patrimonio culturale di grande interesse, perché memoria delle stratificazioni storiche, artistiche e architettoniche che hanno dato volto ad un settore del centro di Roma che nei tempi passati, ha subito profonde e continue trasformazioni. Conferma inoltre, allo stesso tempo, la veridicità della legge del genius loci, ossia l’immutabilità del destino dei luoghi: in questo caso luogo destinato da secoli al mecenatismo, al collezionismo e alla diffusione della cultura.