Palazzo Besso

 

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Palazzo Besso all'Argentina oggi

 

Largo delle Stimmate (1884)

Palazzo Besso lato Largo delle Stimmate prima
della ristrutturazione (1884)


La sala grande dell'appartamento Besso

Sala grande
Adolfo Mancini, Biblioteca della Fondazione, Sala Grande
(acquarello 1989)

 

 

La sala della biblioteca

La sala della biblioteca

 

          Palazzo Besso sorge in una zona di particolare rilievo storico e monumentale della città, ove la vita si è svolta senza interruzione dall’età romana sino ai nostri giorni. Immediatamente a ridosso dell’edificio sono ancora visibili alcuni resti delle celebri terme di Agrippa, le prime ad essere costruite a Roma, e tutto intorno si innalzavano altri edifici importanti. Nel Medioevo varie chiese sorsero in quest’area, valorizzata nei secoli successivi dal fatto di trovarsi lungo la cosiddetta Via Papale, percorso che il papa compiva in occasione della presa di possesso della sua sede vescovile in Laterano.     Abbiamo notizie della presenza nel sito dell’attuale palazzo Besso delle case dei Rustici sin dal secolo XV. Questa importante famiglia romana è testimoniata dal Medioevo ma sembra aver assunto particolare importanza nel primo Rinascimento con il notaio Cencio che fu un dotto umanista e uomo al servizio della Curia. Certamente nel Quattrocento la famiglia godeva di prestigio sociale e aveva un alto tenore economico come testimoniano vari monumenti esistenti nella vicina chiesa di Santa Maria sopra Minerva che ne ricordano i membri più insigni. Non stupisce dunque che nell’edificio vi fossero resti architettonici rinascimentali consistenti nel portale di accesso dalla Via Papale e nel bel loggiato interno, noti da antiche fotografie ma non più esistenti.
          Nel Cinquecento i Rustici ebbero cariche importanti e strinsero significative alleanze matrimoniali, ad esempio con i Della Valle, ma nel contempo cominciarono ad indebitarsi. Dell’aspetto del palazzo in quest’epoca abbiamo qualche indicazione grazie alle piante di Roma che mostrano piuttosto un insieme di case che un organico ed elegante edificio. Sul finire del secolo della famiglia Rustici restava solo Francesco, senza eredi, che fu aiutato a far fronte alle crescenti difficoltà economiche dal cognato Marcello Vestri, importante personaggio di Curia con l’incarico di Segretario ai brevi. Di fatto quest’uomo acquisì il controllo dell’edificio, nel quale continuava a vivere anche Francesco, ove fece eseguire importanti lavori murari dal capomastro lombardo Battista Mola. Anche il Vestri era un uomo singolarmente colto e amante della classicità e poco prima della morte, avvenuta nel 1606, si dava per imminente la sua nomina al cardinalato. L’indebitamento di Francesco Rustici nei confronti di Ottaviano Vestri, figlio di Marcello, era tale che nel 1606 si dovette vendere l’antico palazzo avito, acquistato dal cardinale Ottavio Paravicini per una rilevante cifra.
          Questo porporato aveva conosciuto da bambino la carismatica figura di Filippo Neri, quindi aveva avuto come precettore addirittura il dottissimo Cesare Baronio cosicché non stupisce saperlo molto legato, sino alla fine della sua vita, all’ambiente filippino, come testimoniano anche le opere d’arte che fece realizzare nel suo palazzo.
Subito dopo averlo comprato lo ingrandì e vi fece fare lavori di trasformazione, certamente relativi alle stanze verso l’attuale via dei Cestari. Alcuni documenti ci informano che lavorò per lui il padre Domenico Paganelli, architetto domenicano in questi anni attivo anche nel palazzo apostolico e che già aveva operato per Marcello Vestri nella sua villa tuscolana. L’importante Carlo Maderno figura come perito del cardinale in un atto di acquisto cosicché ci si può chiedere se questo architetto abbia eseguito per Paravicini il portale verso la chiesa delle Stimmate, che Baglione gli riferisce seppur legandolo alla committenza degli Olgiati, successivi proprietari dell’immobile. Anche in questo caso l’opera originaria è stata fortemente alterata nei secoli successivi.
          Il Paravicini fece decorare anche alcuni locali della sua residenza, che aveva già vari altri ambienti dipinti, in particolare la galleria verso la chiesa delle Stimmate. Qui sono riemersi, alcuni decenni or sono, degli affreschi che erano stati ricoperti da altri dipinti della fine del Seicento, opera certa del pittore viterbese Tarquinio Ligustri, ordinati nel 1606 dal cardinale, i cui elementi araldici compaiono nel fregio. Si tratta di un interessante ciclo di paesi con figure di eremiti, intervallato da Virtù e strutture prospettiche, nel quale si condensano dunque i generi artistici nei quali era specializzato questa artista, noto per le sue quadrature e i paesaggi. Il pittore, allora molto attivo e assai apprezzato da importanti famiglie romane, come i Mattei, gli Altemps, i Massimo, fece ricorso a note incisioni per l’ideazione di alcune scene relative agli eremiti. La scelta di questo tema rispecchia la religiosità del committente vicina a quella degli Oratoriani che consideravano la natura come il luogo ideale in cui, in solitaria preghiera e riflessione, avvicinarsi al Signore.
Nel 1620 il palazzo fu acquistato da Settimio Oliati, importante banchiere, quindi passò al figlio Giovan Battista. Già nel 1636 questi lo affittava agli Strozzi che lo acquistarono nel 1649 e a questa celebre casata fiorentina il palazzo rimase per oltre due secoli, via via più grande e ornato.
          Gli Strozzi qui residenti furono un ramo della famiglia fiorentina che ritornò nella città d’origine all’inizio dell’Ottocento. Giovan Battista venne a Roma per raccogliere l’eredità di un lontano e ricchissimo parente, il generale e banchiere Leone Strozzi, noto come mecenate di Pietro e Gian Lorenzo Bernini. Luigi di Giovan Battista, primo proprietario del palazzo, arricchì grandemente le fortune della sua famiglia grazie a due matrimoni con ricche ereditiere.
          Le cospicue ricchezze della casata fecero sì che, tra Sei e Settecento, l’edificio fosse ulteriormente ingrandito, trasformato e sontuosamente decorato. Tra gli architetti che vi lavorarono ebbe importanza Sebastiano Cipriani che ricostruì le facciate esterne per conferire aspetto unitario ai prospetti di due palazzi accorpati sul finire del XVII secolo. L’edificio raggiunse allora la sua struttura definitiva, molto complessa, come testimoniano le piante antiche, articolato intorno a ben quattro cortili, con una lunga ala protesa verso Nord, là dove ora vi è il largo Argentina.
          La struttura architettonica non si distingueva per eleganza e rigore progettuale, ma l’edificio era ammirato per le decorazioni interne e i sontuosissimi arredi.
Tra i molti dipinti che lo impreziosirono vale la pena ricordare le opere di Giacinto Calandrucci, fedele seguace di Carlo Maratti, solo in piccola parte sopravvissute ma ben documentate dai disegni preparatori e da fotografie, mentre non sono rintracciabili gli interventi di molti altri artisti, ad esempio Luigi Garzi e Domenico Maria Muratori che qui lavorarono all’inizio del Settecento.
          Fu questo un momento di particolare importanza del palazzo che ospitava anche un celebre museo creato da Leone Strozzi.Questi aveva acquistato la collezione di Francesco Corvino, uomo legato all’entourage linceo, prevalentemente basata sui reperti naturalistici ma contenente anche oggetti etnografici e antichità. La raccolta fu trasformata, in relazione all’evoluzione culturale del tempo, e molto arricchita soprattutto sul fronte delle antichità, grazie ad un indefesso lavoro di ricerca nel mercato antiquario e a continui contatti con molti intellettuali eminenti del tempo.
          Il museo era celebre soprattutto per le gemme, le monete e i marmi, ma anche per le conchiglie e altri reperti naturali, nonché per molte curiosità scientifiche e archeologiche, tra le quali un sistro egiziano, un chiodo proveniente dal Pantheon, le antichità cristiane. Il museo era dunque molto composito ma celebre, tanto che ce ne restano descrizioni letterarie minuziosissime, come quelle dell’arcade Giovan Mario Crescimbeni.
           Tra le innumerevoli opere d’arte che affollavano i saloni lussuosamente arredati della dimora bisogna almeno ricordare la celebre scultura giovanile di Gian Lorenzo Bernini raffigurante San Lorenzo sulla graticola, che fu portata qui nel Settecento dopo essere stata per circa un secolo nella villa della famiglia sull’Esquilino.
Nell’Ottocento, in assenza dei proprietari, svuotato di buona parte dei suoi tesori, l’edificio fu frazionato e affittato, nel 1877 anche impiccolito nella zona verso via dei Cestari.
          Nel 1882 gli Strozzi vendettero alla Banca Tiberina che trasformò il palazzo con importanti lavori che terminarono nel 1886.
          Marco Besso nel 1905 acquistò l’intero immobile e adattò il primo piano ad abitazione per la sua famiglia organizzandone la vita intorno alla biblioteca che lascerà poi, insieme alla proprietà del palazzo, alla Fondazione da lui creata nel 1918.